lunedì 22 aprile 2013

LA GRANDE MADRE - I




LA DEA PRIMIGENIA

Virgilio - Eneide (preghiera di Enea)

"Madre degli Dei immortali,
Lei prepara un carro veloce, tirato da leoni uccisori di tori:


Lei che maneggia lo scettro sul rinomato bastone,
Lei dai tanti nomi, l'Onorata!


Tu occupasti il Trono Centrale del Cosmo,
e cosi' della Terra, mentre Tu provvedevi a cibi delicati!


Attraverso Te c'è stata portata la razza 

degli essere immortali e mortali!

Grazie a Te, i fiumi e l'intero mare sono governati!
Vai al banchetto, O Altissima! 


Deliziante con tamburi, 
Tamer di tutti, Savia dei Frigi, Compagna di Kronos, 

Figlia d'Urano,l'Antica, Genitrice di Vita, 
Amante Instancabile, Gioconda ...
gratificata con atti di pietà!


Dea generosa dell'Ida, Tu, Madre di Dei,
Che porta la delizia a Dindyma
e nelle città turrite
e nei leoni aggiogati in coppie
ora guidami negli anni a venire!


Dea, rendi questo segno benigno!
Cammina accanto a me con il Tuo passo grazioso!"


Come disse Papa Luciani: “Dio è padre e madre”, ma l'asserzione è caduta nel dimenticatoio (e guarda caso Luciano morì subito dopo). Se Dio è anche madre il femminile non è più al disotto del sacerdozio maschile, questa parità per la Chiesa è bestemmia. Era il preludio a una nuova formazione religiosa, ma, non si sa come, il Papa morì subito dopo. La vendetta divina del Dio Padre? Oppure aveva incontrato un'ostilità più terrena.

Un tempo regnava la Dea Madre ed ora regna il Dio Padre, perchè non tutti e due insieme? Perchè significherebbero pari diritti, nella società e nella chiesa, e nessuna delle due, dominate entrambe dai maschi, lo sopporterebbe.



GRANDE MADRE CALUNNIATA

Ogni degenerazione deriva da una paura, i riti femminili son divenuti cruenti quando è subentrato lo strapotere del maschio, ma erano i maschi a pretenderlo.

Una delle calunnie degli storici è che nel matriarcato si facessero sacrifici umani, pertanto i maschi abbiano posto fine al rito aberrante, dominatori si, ma portatori di civiltà. Si dice che il divino paredro, il re, venisse ucciso ogni cinque anni. A meno d’obbligare uno schiavo (hanno pensato anche questo), difficile che qualcuno s’impalmasse la regina con quelle prospettive, ma soprattutto in guerra il re stava a capo del suo esercito, buon combattente e stratega, e aveva i militari dalla sua. Il lustro, sacro anche ai romani, il quinquennio, era la festa particolare, che anche oggi usa in molti paesi, di riunire gli esuli della terra natia e riconoscersi nella parentela di Terra Madre natìa.

In quel caso il re non era più re, visto che la gente proveniva da altre città con altri re, e nella festa governava la regina come madre terra, e si celebrava un rito di morte e resurrezione officiato da lei. E’ impensabile che la donna sacrifichi i figli, le eccezioni sono aberrazioni, è contrario al suo istinto, mentre è più facile avvenisse ad opera dei maschi. Quante volte i mariti son gelosi dei figli, e non dimentichiamo la differenza fisica tra i sessi, difficile fare soprusi a chi è più forte.

Al contrario l'omicidio era il reato più grande in quanto si uccideva il figlio della Dea, e pertanto il proprio fratello. A roma il sodalizio dei Fratelli Arvali è l'unico che parla di fratellanza, proprio perchè è il retaggio di un culto antichissimo, risalente addirittura alla Dea Dia, se fosse stato un Dio maschio lo avremmo chiamato il Dio "Dio".

Di Eracle che impazzisce e uccide i figli si è scritto del resto che fosse un rito matriarcale di sacrificio, che facce toste, Ercole è patriarcato pieno. Un po’ come dire che non sia Jahvè a decretare la morte dei primogeniti egizi ma un rito matriarcale preesistente.

Emergono dal buio dei millenni le antiche Dee, opulente e senza volto, eterne e imperscrutabili, la Dea domina la Terra e l'odierna speranza dell’uomo di poterla manipolare è illusione, non sa che fa parte di essa, che non è lui l'agente, ma la Natura crea tramite lui, così come fa partorire la donna. Dentro e fuori è lei che domina e il maschio s'è illuso di possederla. Lui, piccolissimo essere tra miliardi dell’universo, è in preda all’esaltazione del pene, diversa dall’esaltazione panica, di Pan che aveva l’euforia per la natura. 

Da una rivista archeologica: - Nella Roccia dell'elefante, (Sardegna prenuragica) le pareti interne sono adornate con protomi taurine stilizzate, come in parecchi monumenti protosardi, simbolo di un Dio venerato per potenza, forza o coraggio. Questo fa ipotizzare che in quell'epoca ci fosse una spiccata predisposizione per tutto ciò che concernesse il mondo dell'occulto e della religiosità, consolidando la tesi secondo la quale i popoli della Sardegna prenuragica erano soliti praticare sacrifici umani. Dagli studi effettuati si suppone che la Domus dell'elefante fosse la tomba di un capo, anche perchè in una località immediatamente vicina a questo storico monumento, nota col nome di Multeddu, è stata reperita un'epigrafe che ricorda un tempio dedicato a Iside, mentre al Museo Sanna di Sassari, è custodita un'importante statua della dea Cerere, ritrovata nella sopracitata località. -

Dunque una predisposizione all’occulto e alla religiosità fa pensare che si compiano sacrifici umani. Bella logica non c’è che dire, e pure le guarnizioni a corna stilizzate fanno pensare a un Dio che domina, alla faccia del buon senso, e alla faccia della Vacca Sacra che fu venerata come Dea Madre in ogni parte del mondo. In più: si suppone sia la tomba di un capo perché vicino hanno trovato segni di un tempio di Iside e una statua di Cerere. Siccome c'è la Dea il capo è un uomo, e dove c'è la statua di un Dio il capo allora sarebbe donna?

I nuraghi, oltre settemila, iniziano nell’età del bronzo e sono costruiti con massi di fin 10 tonnellate. Il nome proviene da sumeronur-aghs, fiamma ardente, perchè in cima si accendeva il fuoco rituale o di segnalazione. Da ogni nuraghe se ne vedevano almeno due creando una rete di comunicazione, il che denota una forte coesione fra le varie tribù, caratteristica mariarcale, perchè nel patriarcato le tribù hanno sempre combattuto fra loro, e si combattono ancora (vedi Africa) in ogni lato della terra.



LA VENERE DI SCHELKLINGEN
La Venere di Hohle Fels è la statuina  paleolitica più antica che si conosca, e trattasi di una cosiddetta Venere, cioè una Grande madre, ritrovata nei pressi di Schelklingen in Germania. È stata datata, inconfutabilmente col metodo del radiocarbonio, a un periodo che va tra i 31.000 ed i 40.000 anni fa, durante la cultura dell'Aurignaziano agli inizi del Paleolitico superiore, l'età delle prime presenze dell'Homo Sapiens (Cro-Magnon) in Europa.

La statuina di circa 6 cm, è scolpita in avorio ricavato da una zanna di mammuth. Rappresenta una figura femminile in cui sono stati evidenziati con enfasi i fianchi, i seni e la pancia e soprattutto la vagina. È stata ritrovata precisamente in una caverna presso Schelklingen, nota come Hohle Fels, durante gli scavi del 2008 effettuati da un team dell'Università di Tubinga capeggiato dal professor Nicholas Conard, che ha descritto la scoperta sulla rivista scientifica Nature.

Si tratta della più antica rappresentazione del corpo umano di età paleolitica (Aurignaziano basale) oggi conosciuta, più antica di circa 5.000 anni rispetto alle altre "veneri" conosciute di età gravettiana.

Con l'Aurignaziano, che seguì il Musteriano, compaiono le punte di zagaglie, punteruoli, spatole e zappe ricavati da ossa e avori, insieme a oggetti ornamentali e decorati, riti funerari e pittura rupestre.

Il primo Aurignaziano compare precocemente nelle regioni mediterranee, mentre in quelle più occidentali e più settentrionali si sviluppa il Castelperroniano, legato ai Neanderthaliani. 
- una fase protoaurignaziana, con ritrovamenti anteriori a 34 000 anni fa, limitati ad alcune regioni;
- una fase classica, con ritrovamenti dell'Aurignaziano antico e dell'Aurignaziano evoluto, che possono essere collocati tra 34 000 e 27 000 anni fa;
- una fase tarda, con ritrovamenti databili tra 27 000 e 20 000 anni fa, in cui si è già sviluppato il Gravettiano.
In tutte le fasi dell'Aurignaziano si incontrano industrie con numerose armature lamellari e microlamellari. In Italia il Protoaurignaziano di tipo mediterraneo compare attorno a 38 mila-37 000 anni fa nel Veneto e in Liguria (Riparo Mochi) e si sviluppa successivamente in queste regioni e nel Sud della Penisola.



LA DEA MADRE DI LESPUGUE

Trattasi di un antichissimo manufatto realizzato in avorio di mammut, alto circa 147 mm, risalente al lontano paleolitico superiore, circa 25.000 anni fa, e rinvenuto nel 1922 dall’archeologo preistorico René de Saint-Périer in una cava nei pressi di Lespugue, ai piedi dei Pirenei nell’Alta Garonna, in Francia. Una delle tante, infinite veneri steatopigiche dalle accentuate caratteristiche femminili, come glutei, fianchi e seni, in netto contrasto con il resto del corpo, rappresentazione preistorica della Dea Madre dispensatrice di vita e di fertilità.

Nella statuetta, con un gioco visivo straordinario in cui i seni ed i glutei sembrano uova ed il triangolo pubico si ripete simbolicamente in basso, dove cosce e gambe ricordano ancora le forme dell’organo femminile, le ginocchia, a forma ovoidale, diventano i seni della figura inferiore, per cui abbiamo una Dea Madre in piedi sotto e una Dea Madre seduta nella parte superiore. Il simbolismo è evidente: la Madre in trono (seduta) è la Dea invisibile, cioè lo spirito invisibile della natura, mentre la Madre in piedi è quella attiva e visibile, cioè la natura che vediamo intorno a noi.

La Dea è dunque seduta su se stessa e il volto non conta, anzi non c'è perchè è "Colei che non può essere guardata", soprattutto che non può essere guardata impunemente.
"Io sono Colei che è, che è sempre stata e sempre sarà, e nessun uomo ha mai alzato il mio velo" Per questo Atteone viene punito per aver osato guardare la Diana nuda, è come la Verità Nuda, che pochi sono in grado di affrontare.



LA VENERE DI BRASSEMPOUY

In francese si chiama "La dame à la capuche", la Signora col cappuccio, denominazione un po' azzardata perchè potrebbe trattarsi di capelli, è parte di una statuetta in avorio risalente al Paleolitico superiore trovata vicino Brassempouy, in Francia nel 1892. Ha un'età stimata di 25.000 anni ed è la più antica rappresentazione realistica di un volto umano mai trovata.Accanto a Brassempouy vi sono due grotte, a 100 m l'una dall'altra, ambedue siti paleolitici, noti come Galerie des Hyènes e Grotte du Pape in cui fu scoperta la testa di cui sopra insieme ad altre 8 figure umane, spesso ignorate perché lavori incompleti. L'ultimo livello della grotta du Pape venne definito "eburneo" per la grande quantità di oggetti in avorio.

Randall White,  ha notato che anche se lo stile utilizzato è essenzialmente realistico, le proporzioni della testa non corrispondono a nessuna popolazione umana attuale o passata. In effetti appartiene al Paleolitico superiore, ed esattamente al Medio gravettiano e quindi ad un intervallo di tempo tra 26.000 e 24.000 anni fa. È più o meno contemporanea con le altre figure di veneri preistoriche come ad esempio quelle di Lespugue, Dolní Věstonice, Willendorf ecc., tuttavia, essa si distingue tra le altre per l'elevato realismo della rappresentazione.

La testina fu scolpita in avorio di mammut, alta 3,65 cm, 2,2 cm profonda e 1,9 larga. Mentre fronte, naso e sopracciglia sono scolpite in rilievo, la bocca è assente. E' una Dea che non parla, un po' come la Dea Romana Tacita, l'interpretazione non è difficile, è una Dea che non dice tutto, che ha dei segreti. Per la Dea Tacita si presuppone avesse una via iniziatica per pochi eletti, insomma i Sacri Misteri, per la Dea col cappuccio forse il mistero era già assodato, la Dea, come la Terra (che poi erano la stessa cosa) era tutto un mistero, che però almeno in parte le sacerdotesse conoscevano.

Sulla testa ha una serie di incisioni a scacchiera, un cappuccio, oppure capelli. Si direbbe un'acconciatura da persona di rango, oppure quel famoso reticolato che accompagnò tutte le antiche Dee successive, un reticolato che fu caratteristico dell'Omphalos mediterraneo, inciso a rete a memoria della pelle del serpente, da sempre il simbolo della Terra e della Dea.



SITO NEOLITICO DI CATAL HUYUK

A parte Lepensky-Vir, in Anatolia (Turchia) c’è il centro neolitico di Catalhóyúk, 6800-5700 a.c., nella regione di Konya, ai margini meridionali della pianura. Il sito, ricostruito lungo una sequenza di 14 livelli stratigrafici che vanno dal 6500 al 5500 a.c. ca., una civiltà di ben 1000 anni, e neanche di questa si accenna nei libri di storia.
Il villaggio occupa una superficie di 600 x 350 m. con case a pianta rettangolare disposte attorno a cortili come villette a schiera, in argilla, con tetti piatti e senza fondamenta in pietra, addossate l'una all'altra; essendo poi di altezze diverse, ci si spostava passando da un tetto ad un altro e per molte case l'ingresso su quest'ultimo era l'unica apertura. 

Ogni casa ha una grande stanza, un magazzino e una cucina. La circolazione e gran parte delle attività domestiche avveniva al livello delle terrazze, favoriti dal clima caldo. L'assenza di aperture verso l'esterno, nonché di porte a livello del terreno, difendeva la comunità dagli animali selvatici e da eventuali incursioni di popolazioni confinanti, evidente segno di conflittualità tra le diverse comunità dell'epoca. L'unica via d'accesso all'intero complesso erano scale che potevano facilmente essere ritirate in caso di pericolo.

I gioielli, le collane di pietra, le conchiglie forate e gli specchi di ossidiana ne testimoniano l'elaborata cultura. Nella stanza principale c'è un divano in pietra, un focolare, dei forni e tracce di tessitura, sulle pareti scene di caccia, tori, occhi, avvoltoi, leopardi, cervi, cinghiali, leoni, orsi, nonchè l'eruzione d'un vulcano, una scena del paese e uomini che cacciano avvoltoi. Su tutto questo domina la figura della Dea Madre con il culto della fecondità. 

Le Dee Madri in terracotta o pietra sono giovinette, partorienti o anziane, spesso unite in Trinità. Una partoriente in terracotta si poggia a due leopardi ai lati, 5750 a.c. Inizialmente gli archeologi non credevano fosse possibile, in questo periodo, l’uso di veri e propri forni per far cuocere l’argilla, rendendola ceramica. Incredibilmente l'immagine è definita come donna partoriente anzichè la Signora delle Belve che partorisce il mondo.

Ogni abitazione era divisa in due stanze. Quella più grande aveva al centro un focolare rotondo ed intorno dei sedili e delle piattaforme elevate per dormire; in un angolo c'era un forno per cuocere il pane. La stanza più piccola era una dispensa per conservare il cibo: tra una casa e l'altra c'erano dei cortili usati come stalle per capre e pecore.

Circa un terzo delle case aveva stanze decorate e arredate apparentemente per scopi cultuali: sulle pareti, infatti, sono state rinvenute pitture e sculture di argilla che raffigurano teste di animali (una specie di bucrani) e divinità (soprattutto femminili, legate al culto domestico della fertilità e della generazione).

Cosa ancor più strabiliante, gli abitanti di Çatalhöyük seppellivano i propri morti, divisi per sesso, sotto il letto. Ma prima di essere sistemati venivano esposti all’aperto in attesa che gli avvoltoi se ne cibassero lasciando unicamente lo scheletro. Il significato è evidente: all'epoca non si aveva paura della morte e pertanto neppure dei morti che diventavano anzi dei numi tutelari dei vivi. Di qui il culto degli antenati.

Avevano tra l'altro una grande produzione ceramica, prima lustrata chiara, poi scura, poi ingubbiata. L'ingubbio nero era un preparato a base di argilla utilizzato per decorare i vasi nel mondo greco antico, qui la tecnica è identica solo che il colore è rosso. Il che dimostra che in periodo matriarcale la produzione di vasi era già svluppatissima. 

Tuttavia la ceramica non è ancora dipinta, come poi accadrà nel neolitico anatolico nonchè un'industria litica piuttosto raffinata soprattutto in ossidiana, la pietra vulcanica vetrosa di cui la regione è ricca e di cui è attestato un intenso commercio locale fin dall'epoca protostorica.
Avevano un'economia agro-pastorale, ma con scelte molto avanzate, come, quella di coltivare frumento invece che orzo e quella di allevare bovini invece che caprini e ovini.

Le imdagini successive hanno ridatato il sito fin dall'8.400 circa a.c., mentre la ceramica risalirebbe al 7000 circa a.c. con produzione locale addirittura da casa a casa, cioè ogni congregazione produceva per sè. All'inizio serviva per contenere o conservare i cibi e l'acqua mentre dal 6500 veniva usata per cuocere i cibi. C'era anche una produzioni di statuette sacre.
Ogni nucleo di casa conteneva dai 5 ai 10 abitanti e non c'è traccia di gerarchia o comando. Sia i mattoni crudi per i pavimenti che l'imbiancatura delle pareti avevano una manutenzione continua, si che l'imbiancatura giungeva ad essere ricoperta fino a 100 volte in un anno.

Sembra che la sepoltura a inumazione dei morti non avesse distinzioni di sesso per il corredo funerario, avendo asce e punte di freccia in entrambi, il che significa che le donne all'epoca si difendevano e non stavano dietro i mariti aspettando la morte, ma pure perline e monili e specchi per entrambi i sessi. La maggiore abbondanza di oggetti di accompagnamento non riguarda una distinzione di rango tra adulti, bensì di età, perchè i bambini hanno molti più oggetti degli adulti. Il che non solo è evoluto, ma conferma la matriarcalità dell'epoca.
Nel patrircato infatti contavano più gli uomini delle donne, più i padri dei figli, e più il fratello maggiore del fratello minore.



LA VENERE DI WILLENDORF

E' una statuetta di 11 cm d'altezza raffigurante una donna scolpita in pietra calcarea oolitica dipinta con ocra rossa con un fisico femminile steatopigico. Si tratta di una delle più famose statuette paleolitiche,
fu rinvenuta nel 1908 dall'archeologo Josef Szombathy, in un sito archeologico del paleolitico, presso Willendorf, in Austria.

La statuetta venne realizzata da 25.000 a 26.000 anni fa con seno vulva e glutei molto pronunciati come in tutte le antiche Dee Madri che in genere, come lei, sono prive di volto, con i capelli che le avvolgono tutta la testa e con le braccia sottili congiunte sul seno, in uno stato di riposo e tranquillità.

Ed ecco le reazioni degli studiosi (di alcuni fortunatamente)
  • Il nomignolo "venere", attribuito alla statuetta all'epoca della scoperta, è stato recentemente oggetto di qualche critica. Christopher Witcombe ha osservato: "l'identificazione ironica di questa figura con Venere era volta a compiacere alcune assunzioni dell'epoca circa i primitivi, le donne, e il gusto". 
  • C'è anche una certa riluttanza a identificare il soggetto della statua con la dea Madre Terra della cultura del paleolitico europeo. 
  • Alcuni suggeriscono che, in una società di cacciatori e raccoglitori, la corpulenza e l'ovvia fertilità della donna potrebbero rappresentare un elevato status sociale, sicurezza e successo.
  • I piedi non sono fatti in modo tale da consentire alla statuetta di stare in piedi. Si è perciò speculato che potesse trattarsi di un oggetto da tenere in mano. Alcuni archeologi la interpretano come un amuleto portafortuna. 
  • Alcuni autori ritengono che questa statuetta, come le altre di questo genere, si possa interpretare come una specie di ex voto, sempre legato al rito della fertilità.
Dopo la Venere di Willendorf, sono state rinvenute tante ma tante altre statuette di questo genere, dette le "veneri paleolitiche". Il che dimostra trattarsi della Dea, non di ritratti, non un ex voto ma la Dea che era anche un amuleto come oggi portare al collo una catenina con la croce può essere un amuleto.

La Dea è pingue, prolifica e gonfia di latte, non le sono stati rappresentati i piedi anche perchè non deve stare in piedi, così piccolo doveva essere un oggetto di culto portatile, ma come in ogni Grande Madre ella non ha volto, coperto più da un vello ricciuto che da una capigliatura, il che riporta anche alla sua natura animale e ferina.
Realizzata intagliando un frammento di roccia calcarea con attrezzi di pietra, venne poi colorata con una tintura a base di ocra rossa.
Sulla testa, leggermente inclinata in avanti, è scolpito in modo accurato un copricapo di capelli formato da 7 file concentriche.


"Mai mi sarei aspettata di trovarmi sola, in una piccola cameretta buia insieme a qualcosa di incredibilmente potente ed emozionante, che qualcuno ha scolpito nella pietra circa 30.000 anni fa. La Venere di Willendorf. Mi sono sentita al cospetto di una energia antica e forte, dal vivo è piccolissima, ma comunque imponente.
Mi ha ricordato i giorni in cui ho scoperto il lavoro di Marija Gimbutas, una archeologa che non viene studiata nei libri di storia, nemmeno all'università, censurata per le sue scoperte che mettono in luce la possibilità dell'esistenza di l'esistenza di una civiltà pacifica nella storia dell'umanità: nei siti archeologici che ha studiato, non sono state trovate armi, recinzioni, figure maschili, ma soltanto tante rappresentazioni della femminilità che lei ha chiamato "le Dee" e di animali. Civiltà che è stata poi spazzata via dalle popolazioni maschiliste e guerrafondaie delle cui gesta sono pieni i libri di storia, che ci propongono la storia dell'umanità come un elenco infinito di guerre. L'interesse è proprio che si continui così
."


Marija Gimbutas:

- Negli ultimi dieci anni la mia ricerca ha preso una nuova direzione – o meglio si è fatta più radicale, nel senso che ha puntato decisamente alla ricerca delle radici, storiche e mitologiche, della nostra comune storia di oppressione.
Per cercare quell’indistinto Prima del patriarcato, da cui a un certo punto dello sviluppo dell’umanità la fonte originaria è stata cancellata e nascosta.



Patriarcato che per le donne è stato sinonimo di negazione di valore, cancellazione di memoria, cittadinanza di seconda classe e, particolare di non lievi conseguenze, espulsione dal sacro – inteso sia come ruolo attivo all’interno delle religioni che come ruolo simbolico e cosmogonico a livello di Storie di creazione.
Questa radicalità comportava in primis interrogarsi sugli effetti della 
mancanza di un “divino femminile” sulla psiche più profonda delle donne, 
quindi sulle nostre identità e sul senso delle nostre vite. Comportava chiedersi se fosse stato sempre così.
E viceversa chiedersi cosa potrebbe invece significare e aver significato per le donne portare dentro di sé un’immagine divina femminile. Quali creatività, risorse, speranze potrebbe dare la riscoperta del sacro dentro ogni donna. In un suo verso molto triste, Adrienne Rich constata che “la donna di cui ho bisogno come madre non è ancora nata”
Ma è sempre stato così o è stato solo da un certo punto in poi nella Storia che le donne hanno conosciuto la perdita disastrosa del vedersi sbarrata, preclusa, impedita nella maniera più radicale la ricerca di un’immagine di sé divina? Che solo da un certo punto in poi si sono piegate davanti all’ingiunzione di farsi subordinate all’uomo per volontà divina?
Il divieto di un accesso diretto, non mediato dalla figura maschile nelle donne si è configurato come uno smarrimento, nell’accezione infinita di questo termine. Che continua a manifestarsi come una proibizione profonda, reiterata, costata sangue stupri e morte, e finalmente interiorizzata.
Se essere femministe vuol dire non essere d'accordo con la costruzione del mondo che ci troviamo a ereditare - perché priva dell'esperienza femminile del mondo - questo non può non riferirsi anche alla dimensione e all'esperienza dello spirito, che è regolata (proprio nel senso che vengono date precise regole su ciò che si deve o no credere, pensare, provare, fare) dalle religioni.
Insomma, quasi un ricominciare da capo con la “presa di coscienza” in un terreno ancora non esplorato, ma accantonato per reazione.

In questa ricerca, che in me si è configurata da subito sia come ricerca della spiritualità femminile che come ricerca a ritroso nel tempo e in altre culture nelle dimensione storica, l’incontro con Marija Gimbutas ha avuto l’effetto insieme destabilizzante e potentemente energetico dell’irruzione del rimosso.
Gimbutas aveva condotto le sue campagne di scavi proprio a partire dal 1968 – in qualche modo dunque anche il suo lavoro e le sue sconvolgenti e dissacratorie intuizioni fanno parte di quello stesso momento storico che si è manifestato come emergere di bisogni, memorie e desideri non più contenibili dal patriarcato e dal capitale.
Noi oggi abbiamo la possibilità di conoscere Gimbutas attraverso la visione di materiali autentici che riguardano sia la sua vita che il suo lavoro. Grazie al film Signs out of time, che è stato realizzato – attraverso l’autofinanziamento - da un gruppo di amiche e compagne di strada di Marija Gimbutas, per ricordarla a dieci anni dalla sua morte. Un altro gruppo di donne, dell’Associazione bolognese Armonie, che ha realizzato negli ultimi anni due grandi convegni sulle tematiche e gli studi attinenti al tema della “Dea”, lo ha sottotitolato quasi artigianalmente.
Ricostruisce la personalità di Marija Gimbutas e il suo lavoro di una vita, tutta dedicata allo studio dell’Antica Europa, e che ha provocato un vero e proprio terremoto – ancora oggi non da tutti accettato (per esempio, nei libri di scuola, che continuano imperterriti con le storie di sempre sulle nostre origini). -


"La donna si danna per nascondere il danno" dicevano le nostre nonne.



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